UN PO' DI STORIOGRAFIA ALTERNATIVA A QUELLA UFFICIALE
Pagina quattro dell’inserto In Asia del Manifesto di giovedì ventiquattro novembre riporta un lungo articolo di Antonio Fiori, sul tema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, dal titolo: “La ricerca storica inchinata al juche”.
Questa volta, però, non intendo perdere tempo a rispondere alle farneticazioni dello scribacchino: basta leggere le parti in evidenza per capire il tono dell’intervento; oggi mi focalizzo su un box anonimo presente alla pagina seguente.
Il pezzo in questione riguarda la vendetta che gli imperialisti continuano ad esercitare verso chi, il 17 aprile 1975, liberò la Cambogia dal giogo dell’imperialismo, rappresentato dal fantoccio locale generale Lon Nol, e creò la Kampuchea Demcratica.
L’Alta Corte di Giustizia dell’attuale Regno di Cambogia ha recentemente confermato la condanna all’ergastolo per i compagni Kieu Samphan, il compagno numero quattro, e Nuon Chea, il compagno numero due – rispettivamente di ottantacinque e novant’anni – per “crimini contro l’umanità”.
Chiunque non sia completamente ottenebrato dalla propaganda filo-occidentale, che dipinge da sempre il regime del Partito Comunista di Kampuchea come un regno del terrore in mano a pazzi sanguinari, non può che irritarsi per questa vergognosa sentenza.
I numeri del così detto “genocidio khmer” – almeno un milione e settecento mila morti di fame, malattie, ed esecuzioni, secondo quanto riporta il quotidiano romano di via Bargoni 8 – sono da sempre quelli dati dai revisionisti vietnamiti e dagli imperialisti yanqui.
Senza voler discutere le cifre, quello che vorrei sottolineare è che l’Angkar (Organizzazione) che prese il potere nell’aprile di oltre quarant’anni fa si trovò in una situazione di assoluta emergenza, dovuta proprio ai crimini – quelli sì – perpetrati dall’imperialismo occidentale nel corso degli anni precedenti.
I bombardamenti a tappeto, effettuati dagli stessi aeroplani che distruggevano il Viet Nam, avevano ridotto il Paese ad un cumulo di macerie senza più uno straccio di infrastrutture: tutte demolite dalla furia anticomunista del Paese degli yanqui.
In queste condizioni le scelte che si potevano fare erano ben poche: ai malati ed ai feriti, che si trovavano negli ospedali della capitale, sarebbe toccato certamente morire di inedia, a causa dell’isolamento in cui Phnom Penh si trovava.
Inoltre molti di loro risultavano essere intrasportabili: ecco perché furono uccisi; per quanto riguarda il resto delle così dette vittime, si trattava per lo più di spie del governo precedente, o di persone che avevano approfittato del proprio rango.
Tutto ciò senza dimenticare che, durante gli anni di bombardamento, dagli aerei non venivano certamente sganciate caramelle; chissà quante sono state le vittime fatte dall’aggressione imperialista: nessuno ne parla mai.
Forse perché, se ciò avvenisse, ci si renderebbe conto che i numeri del così detto genocidio contengono anche e soprattutto i periti sotto le bombe occidentali: ma lorsignori non possono essere accusati di crimini contro l’umanità!
Genova, 25 dicembre 2016
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova
http://pennatagliente.wordpress.com